Oggi ho visto una cosa bellissima.
Credo ci vorrebbero parole più adatte
di quelle che possiedo, per poter descrivere quello che è avvenuto
davanti ai miei occhi.
Era il compimento luminoso di una
storia iniziata poco più di due anni e mezzo fa.
Lui era un ragazzino di seconda media
che, descritto dalla bocca dei suoi insegnanti, aveva problemi di
logica, di intelligenza, di educazione, di menefreghismo completo nei
confronti della scuola.
Lasciato allo sbando per tutto il
periodo delle elementari, mai segnalato nonostante le richieste della
madre, la diagnosi di discalculia all'inizio delle medie non aveva
migliorato in alcun modo la sua situazione.
Prendeva insufficienze in tutte le
materie, faceva spallucce quando i professori lo riprendevano,
chiacchierava troppo, disturbava, attirava l'attenzione con battute
inappropriate, non faceva mai i compiti; appariva disinteressato al
suo andamento scolastico, ai brutti voti, ai ripetuti richiami, alle
note sul diario.
Le punizioni della madre non sortivano
miglioramenti, le persone che lo aiutavano a casa nei compiti non
sapevano più a che santo votarsi. Lui era agitato, sempre in
movimento, sempre con la testa altrove, sempre con quelle battutine
sarcastiche e quella disinvolta noncuranza verso tutto quello che
riguardava la scuola.
E poi c'era quel tic, sempre più
frequente e stancante. “Ma sì, avrà i suoi problemi!”, diceva
la prof di italiano, per giustificare quel continuo strizzar d'occhi,
e si capiva bene che con questo intendeva “problemi di testa”.
Poi io iniziai a lavorare con lui e
quel castello di giudizi e sentenze crollò con un solo alito di
fiato. Trovai occhi enormi, bisognosi di comprensione; trovai
un'ansia terribile di venire bocciato, trovai il desiderio ardente di
essere migliore e di essere guidato nel diventarlo.
Lo scoprii squassato da un senso
atavico di fallimento che raggiungeva il suo apice di fronte a
qualunque esercizio di matematica.
“Non lo so”, “Tanto non sono
capace”, “Tanto sbaglio”, “Non ne vale la pena, tanto non ci
riesco”.
Appena abbassava gli occhi su un
esercizio di matematica, la sua testa si staccava e volava altrove.
Lo vedevo che lui non c'era più. Si
estraniava e scappava il più lontano possibile, per non essere
costretto ad affrontare quel senso di inadeguatezza che lo mangiava
vivo.
E quando la sua mente si ricollegava,
era solo per dire “Non lo so fare”.
“Ma non ci hai neppure provato. Non
hai nemmeno guardato l'esercizio!”
Quante lotte, quante interminabili
chiacchierate sul suo senso di inadeguatezza. Quanta fatica, quanti
incoraggiamenti!
Quanta rabbia nei confronti dei
professori che invece di notare i suoi piccoli miglioramenti, lo
massacravano quotidianamente, senza rendersi conto che lui non era
più lo stesso di prima. Senza accorgersi di cambiamenti ai miei
occhi così evidenti, ma che per loro erano irrilevanti.
Non era facile tenere a bada il senso
di impotenza che rischiava di avviluppare anche me. Sarebbe stato
semplice, a un certo punto, mandare tutti a quel paese e lasciare che
le cose andassero da sole.
Ma a lui avevo detto “Io non accetto
che ti arrendi!”, come potevo essere io a deporre le armi?
E le verifiche, che terrore! Le
affrontava con il fallimento nello sguardo, sentendo nel suo intimo
che non ne sarebbe uscito vittorioso e questo lo portava a leggere a
malapena le consegne, a decidere che tanto non lo sapeva fare e a
consegnare quasi in bianco.
Quanto lavoro, quanta fatica in quella
seconda media e poi in terza e nella preparazione all'esame... e poi
all'inizio delle scuole superiori.
Un lavoro costante, ma fatto di
piccoli, minuscoli passi. Di ostacoli e successi infinitesimali, di
sforzi emotivi e inarrestabili miglioramenti. E sempre, ad ogni
centimetro avanti, il riconoscimento del suo lavoro, del suo
crescere. Ottimismo, coraggio, positività. E non arrendersi mai.
Mai. Mai.
E così siamo arrivati fino ad oggi, a
questo ottobre della seconda superiore.
La verifica di matematica, la prima di
questo nuovo anno, è domani. Ci stiamo lavorando da quasi un mese e
oggi gli ho consegnato una sfilza di esercizi da fare, alcuni
semplici, altri molto più articolati.
“Io sono qui, ma è come se non ci
fossi. Hai il quaderno con gli schemi, hai le consegne degli
esercizi. Sei in grado di fare tutto.”
L'ho guardato, mentre si chinava sugli
esercizi e sfogliava gli schemi, cercando per ogni passaggio
l'indicazione giusta. C'era ancora tanta insicurezza, lo vedevo nei
suoi gesti, nell'istinto di voltarsi a guardarmi, a cercare un
appoggio, una rassicurazione.
C'era la paura di non riuscire, la
tentazione di dire “questo non lo so fare”, “questo non l'ho
capito”.
Ma non l'ha fatto.
La sua testa è rimasta lì, ha
ragionato, ha prodotto, ha sbagliato, si è corretto, ha proseguito.
Non ha mollato.
Io lo guardavo, indecisa se
abbandonarmi a un sorriso infinito o lasciare che le lacrime mi
scappassero dagli occhi.
Commossa ed emozionata come di fronte a
un miracolo.
E lui, sempre
più sicuro e disinvolto man mano che il tempo passava, è arrivato
in fondo all'ultimo esercizio, facendo ogni cosa da solo.
“Ho finito”, mi
ha detto e non ho avuto bisogno di correggere nulla, perché i miei
occhi lo avevano seguito tutto il tempo e lo sapevo...che non aveva
fatto nessun errore.
Oggi ho visto una
cosa bellissima. Una cosa che due anni e mezzo fa vedevo solo nella
mia testa. Avevo già visto dentro di me che quel ragazzino giudicato
stupido e senza interesse per la scuola aveva dentro un altro se
stesso. Un se stesso fatto di buona volontà e desiderio di
migliorarsi, di passione e sensibilità, di fragile forza in grado di
crescere.
Ho puntato su quei
pezzetti di lui, allora così ben celati e difesi. E oggi l'ho visto
splendere e brillare di luce propria.
Non potevo non
raccontarlo, perché ho dentro troppa gioia, troppo orgoglio verso
quel piccolo cucciolo che sta diventando uomo.
E penso a quanto
sia importante andare oltre e provare a guardare all'interno delle
persone e non all'esterno. Scovare il buono e puntare su quello.
Accade poi di
vedere cose bellissime.





