sabato 22 ottobre 2016

Ho visto un ragazzo sbocciare




Oggi ho visto una cosa bellissima.
Credo ci vorrebbero parole più adatte di quelle che possiedo, per poter descrivere quello che è avvenuto davanti ai miei occhi.
Era il compimento luminoso di una storia iniziata poco più di due anni e mezzo fa.
Lui era un ragazzino di seconda media che, descritto dalla bocca dei suoi insegnanti, aveva problemi di logica, di intelligenza, di educazione, di menefreghismo completo nei confronti della scuola.
Lasciato allo sbando per tutto il periodo delle elementari, mai segnalato nonostante le richieste della madre, la diagnosi di discalculia all'inizio delle medie non aveva migliorato in alcun modo la sua situazione.
Prendeva insufficienze in tutte le materie, faceva spallucce quando i professori lo riprendevano, chiacchierava troppo, disturbava, attirava l'attenzione con battute inappropriate, non faceva mai i compiti; appariva disinteressato al suo andamento scolastico, ai brutti voti, ai ripetuti richiami, alle note sul diario.
Le punizioni della madre non sortivano miglioramenti, le persone che lo aiutavano a casa nei compiti non sapevano più a che santo votarsi. Lui era agitato, sempre in movimento, sempre con la testa altrove, sempre con quelle battutine sarcastiche e quella disinvolta noncuranza verso tutto quello che riguardava la scuola.
E poi c'era quel tic, sempre più frequente e stancante. “Ma sì, avrà i suoi problemi!”, diceva la prof di italiano, per giustificare quel continuo strizzar d'occhi, e si capiva bene che con questo intendeva “problemi di testa”.
Poi io iniziai a lavorare con lui e quel castello di giudizi e sentenze crollò con un solo alito di fiato. Trovai occhi enormi, bisognosi di comprensione; trovai un'ansia terribile di venire bocciato, trovai il desiderio ardente di essere migliore e di essere guidato nel diventarlo.
Lo scoprii squassato da un senso atavico di fallimento che raggiungeva il suo apice di fronte a qualunque esercizio di matematica.
“Non lo so”, “Tanto non sono capace”, “Tanto sbaglio”, “Non ne vale la pena, tanto non ci riesco”.
Appena abbassava gli occhi su un esercizio di matematica, la sua testa si staccava e volava altrove.
Lo vedevo che lui non c'era più. Si estraniava e scappava il più lontano possibile, per non essere costretto ad affrontare quel senso di inadeguatezza che lo mangiava vivo.
E quando la sua mente si ricollegava, era solo per dire “Non lo so fare”.
“Ma non ci hai neppure provato. Non hai nemmeno guardato l'esercizio!”
Quante lotte, quante interminabili chiacchierate sul suo senso di inadeguatezza. Quanta fatica, quanti incoraggiamenti!
Quanta rabbia nei confronti dei professori che invece di notare i suoi piccoli miglioramenti, lo massacravano quotidianamente, senza rendersi conto che lui non era più lo stesso di prima. Senza accorgersi di cambiamenti ai miei occhi così evidenti, ma che per loro erano irrilevanti.
Non era facile tenere a bada il senso di impotenza che rischiava di avviluppare anche me. Sarebbe stato semplice, a un certo punto, mandare tutti a quel paese e lasciare che le cose andassero da sole.
Ma a lui avevo detto “Io non accetto che ti arrendi!”, come potevo essere io a deporre le armi?
E le verifiche, che terrore! Le affrontava con il fallimento nello sguardo, sentendo nel suo intimo che non ne sarebbe uscito vittorioso e questo lo portava a leggere a malapena le consegne, a decidere che tanto non lo sapeva fare e a consegnare quasi in bianco.
Quanto lavoro, quanta fatica in quella seconda media e poi in terza e nella preparazione all'esame... e poi all'inizio delle scuole superiori.
Un lavoro costante, ma fatto di piccoli, minuscoli passi. Di ostacoli e successi infinitesimali, di sforzi emotivi e inarrestabili miglioramenti. E sempre, ad ogni centimetro avanti, il riconoscimento del suo lavoro, del suo crescere. Ottimismo, coraggio, positività. E non arrendersi mai. Mai. Mai.
E così siamo arrivati fino ad oggi, a questo ottobre della seconda superiore.
La verifica di matematica, la prima di questo nuovo anno, è domani. Ci stiamo lavorando da quasi un mese e oggi gli ho consegnato una sfilza di esercizi da fare, alcuni semplici, altri molto più articolati.
“Io sono qui, ma è come se non ci fossi. Hai il quaderno con gli schemi, hai le consegne degli esercizi. Sei in grado di fare tutto.”
L'ho guardato, mentre si chinava sugli esercizi e sfogliava gli schemi, cercando per ogni passaggio l'indicazione giusta. C'era ancora tanta insicurezza, lo vedevo nei suoi gesti, nell'istinto di voltarsi a guardarmi, a cercare un appoggio, una rassicurazione.
C'era la paura di non riuscire, la tentazione di dire “questo non lo so fare”, “questo non l'ho capito”.
Ma non l'ha fatto.
La sua testa è rimasta lì, ha ragionato, ha prodotto, ha sbagliato, si è corretto, ha proseguito.
Non ha mollato.
Io lo guardavo, indecisa se abbandonarmi a un sorriso infinito o lasciare che le lacrime mi scappassero dagli occhi.
Commossa ed emozionata come di fronte a un miracolo.
E lui, sempre più sicuro e disinvolto man mano che il tempo passava, è arrivato in fondo all'ultimo esercizio, facendo ogni cosa da solo.
“Ho finito”, mi ha detto e non ho avuto bisogno di correggere nulla, perché i miei occhi lo avevano seguito tutto il tempo e lo sapevo...che non aveva fatto nessun errore.
Oggi ho visto una cosa bellissima. Una cosa che due anni e mezzo fa vedevo solo nella mia testa. Avevo già visto dentro di me che quel ragazzino giudicato stupido e senza interesse per la scuola aveva dentro un altro se stesso. Un se stesso fatto di buona volontà e desiderio di migliorarsi, di passione e sensibilità, di fragile forza in grado di crescere.
Ho puntato su quei pezzetti di lui, allora così ben celati e difesi. E oggi l'ho visto splendere e brillare di luce propria.
Non potevo non raccontarlo, perché ho dentro troppa gioia, troppo orgoglio verso quel piccolo cucciolo che sta diventando uomo.
E penso a quanto sia importante andare oltre e provare a guardare all'interno delle persone e non all'esterno. Scovare il buono e puntare su quello.

Accade poi di vedere cose bellissime.

martedì 11 ottobre 2016

Nella testa del disattento









Ieri sera, a tavola, mi è venuta sete. Ho preso la bottiglia e ho versato l'acqua... nella zuppiera dei cetrioli, invece che nel mio bicchiere.
“Ma dove hai la testa?”
Già,dove ce l'ho?
Ovunque e in nessun luogo o forse nel posto in cui si è collocata quando sono nata e da lì non si è mai più schiodata...
La disattenzione, certo, fa parte di tutti noi, ma che la mia fosse un po' fuori dalle regole non mi era mai balenato in mente, prima di venire a conoscenza, per percorso di studi e lavoro, del disturbo da deficit attentivo.
Alle elementari avevo una brava maestra, che raccontava la lezione come fosse una fiaba e a me, che di memoria ne avevo parecchia, era sufficiente ascoltarla incantata e ripeterla per filo e per segno quando venivo interrogata.
Per gli argomenti mnemonici (verbi, tabelline, poesie...), me la risolvevo ripetendoli mentre giocavo a tennis contro il muro o saltavo su e giù per un divano. Grazie al cielo, ero sufficientemente autonoma da occuparmi da sola delle incombenze scolastiche: mio padre mi controllava i compiti la sera e mi provava le poesie, ma durante il giorno non c'era nessuno che verificava in che modo svolgessi i doveri scolastici. Potevo tranquillamente ripetere i verbi facendo le verticali contro a un muro, tenendomi impegnata affinché la noia della lezione non prendesse il sopravvento, e fare gare di velocità con me stessa nel ricopiare frasi di grammatica o nello svolgere operazioni, per rendere un po' più interessante l'attività.
Dico “grazie al cielo”, perché non so cosa sarebbe accaduto se qualcuno mi avesse costretta a restare seduta composta a studiare, con la malsana idea che mi sarei concentrata di più.
Perché quella strana idea di stare concentrati, isolandosi da tutte le attività e i rumori rimanendo fermi al tavolo, io non l'ho mai compresa.
E mi è stato ben palese finite le elementari, quando l'effetto “maestra che racconta la fiaba” è terminato e le le lezioni sono diventate un monotono mormorio dell'aula. Come focalizzarsi su quello?
Ascolti qualche parola e, all'improvviso, queste ti richiamano a un pensiero che si aggancia a un altro e un altro ancora... e quando torni all'improvviso alla realtà, la lezione è finita e non ti sei neppure accorta di quando la prof ha dettato i compiti per il giorno dopo.
Ricordo i miei lunghi pomeriggi in casa, durante il liceo, a cercare di arrivare a capo dei capitoli di filosofia. Seduta per terra sotto allo stendino dei panni, con la schiena contro il muro e l'evidenziatore in mano a leggere e rileggere la stessa incomprensibile riga. I rumori dei motorini in strada mi facevano correre alla finestra, guardavo in strada e a pensiero si agganciava pensiero e, quando rientravo in me un quarto d'ora dopo, ero ancora a quella stessa riga.
E dai, stavolta devo andare avanti!
Ma per capire un concetto di filosofia, di concentrazione ce ne vuole e prima di arrivare in fondo alla frase, la mia testa era già altrove...
Quante alzatacce d'emergenza alle quattro del mattino, per arrivare all'interrogazione sapendo almeno qualche cosa!
Quante interrogazioni e verifiche scoperte all'ultimo secondo, quante volte alzavo gli occhi dal banco per scoprire che nel frattempo il prof era uscito e ne era entrato un altro e stavamo facendo un'altra materia...
“Cerca di non distrarti”, “Stai più attenta”, “Concentrati”.
Come se facessi apposta a distrarmi, come se potessi accorgermi del momento in cui stava succedendo.
Ve lo rivelo, gente e precisa e concentrata: non ce ne accorgiamo. Non facciamo apposta.
Succede.
Succede che ti dici “devo ascoltare assolutamente questa parte che è importante” e poi ti ripigli cinque minuti dopo e la parte te la sei persa completamente.
Succede che stai andando verso il telefono per una chiamata importantissima e poi, sei ore dopo, ti accorgi che, porca miseria, quella chiamata non ci sei mai arrivata a farla.
Succede che la gente si arrabbia perché ti aveva chiesto di fare una cosa e tu avevi risposto di sì... e allora perché non l'hai fatta? E mentre aspettano che tu risponda a quella domanda, nella tua testa te ne stai ponendo un'altra: quando mai ho risposto di sì?
Perché se fosse possibile, dovremmo andare in giro con un semaforo al collo: se è verde, parlami pure, sono presente; se è rosso, tempo sprecato, non ti sento neppure. Se è arancione, dammi uno scrollone, perché ti risponderò di sì, ok, va bene, ma con il pilota automatico inserito. Risponde il mio corpo, ma io non ci sono...e tu ci stai cascando. Anch'io ci sto cascando, perché non farò quello che mi hai chiesto e tu ti arrabbierai.
Così li capisco i ragazzini con cui lavoro, quelli con il disturbo dell'attenzione... li capisco davvero.
Quando parlo, lo vedo subito quello sguardo vuoto... “Ci sei?”, “Sì...” e me ne accorgo che in realtà non ci sono, così mi fermo e aspetto. Aspetto finché non “tornano davvero” e sono pronti ad ascoltarmi.
Perchè è inutile dire “Stai più attento”... come si fa a stare più attenti?
“Devi essere più ordinato!”... ma che cos'è l'ordine. Come faccio a essere più ordinata?
Se tu mi dicessi all'improvviso che devo essere più alta di statura, mi farebbe lo stesso effetto.
Se l'ordine non ce l'ho dentro, se l'attenzione non mi appartiene, rendimi consapevole che questo accade e poi insegnami delle strategie.
Quante volte faccio a un ragazzino una domanda sulla lezione e lui mi risponde “Non lo so”. E io devo fargli presente “Non è che non lo sai, non hai ascoltato la domanda.”
Riflessione, momento di consapevolezza... “Ah, è vero!”
Consapevolezza, primo passo. E poi, strategie.
Come all'università, quando all'improvviso avevo capito che dandomi i tempi stretti rendevo di più, che se ripetevo la lezione andando a correre entravo in uno stato di concentrazione perfetta, che seguire le lezioni era inutile, per cui stavo direttamente a casa a studiare.
Strategie... come ora, che vivo di promemoria sul telefono e me ne serve uno per ogni cavolata, che se devo uscire portando con me qualcosa, la appoggio direttamente alla porta di ingresso, se no la lascerò a casa. Che accendo il TG ma leggo i titoli sovraimpressi, perché la mia attenzione non arriva in fondo a una notizia e se ho bisogno di un momento di riflessione su un determinato argomento, me lo prendo camminando, perché con me funziona così.
Consapevolezza e strategie, le uniche cose che possono aiutare i ragazzini disattenti. E tanta pazienza e comprensione.


sabato 24 settembre 2016

I genitori sanno cosa succede su ask.fm?





Siamo nell'epoca dei social network... epoca che, per noi gente “datata”, è ancora una semi-novità, a differenza degli adolescenti di oggi che l'hanno conosciuta come l'unica realtà possibile. E infatti, in questa realtà, corrono molto più veloce di noi.
Ci stavamo abituando a facebook, ma loro erano già su instagram; finalmente usiamo in modo scorrevole wathsapp e loro già utilizzano snapchat, capiamo come funziona youtube e loro sono già diventati youtubers... ci facciamo una ragione di twitter e loro pubblicano su Insegreto e si iscrivono ad ask.
Stanno sempre un passo avanti a noi, dieci metri un po' più in là...
E così va a finire che su Ask.fm ci si trovano solo loro, gli adolescenti di oggi: un social che diventa regno incontrastato di teen agers e poco più, dove le “regole del gioco” le fissano loro.
Così mi sono creata un profilo “clandestino” e ho cercato di orientarmi in questo universo parallelo.
E vi racconto quello che ho scovato...
Come funziona, Ask?
Ognuno ha un proprio profilo dove non può pubblicare nulla, a meno che non gli venga fatta una domanda. Quindi io posso andare sul profilo di Pinco Pallino, cliccare su “fai una domanda” e scrivergli “che scuola fai?”. Pinco Pallino riceve la notifica che lo avverte di una nuova domanda, e può scegliere se rispondere. Scrive “Vado al liceo scientifico” e a quel punto domanda e risposta appaiono sul suo profilo. Se invece non gli interessa la domanda, può cancellarla e sul profilo non apparirà nulla.
Fino a qui, Ask.fm resta un banalissimo strumento per conoscere meglio le persone che lo utilizzano.
Ma siamo nel regno degli adolescenti e questo cambia le regole.
Innanzitutto, in Ask le domande sono impostate nella modalità anonimo. Se intendi rivelare la tua identità, devi spuntare la casella, altrimenti chi riceve la domanda non saprà mai chi è a porglierla... se un perfetto sconosciuto, un compagno di classe, il proprio fidanzato geloso o un cinquantenne che circuisce ragazzini. Chiunque può porre qualunque domanda, anche le più volgari e inopportune, perché schermate da un anonimato inviolabile.
Risposte a domande di questo tipo a volte se ne vedono, la maggior parte probabilmente vengono ignorate, ma sono in ogni caso ricevute.
In anonimo, puoi insultare, offendere, giudicare, stalkerare... Il ragazzino in oggetto, la maggior parte delle volte, non risponderà e non pubblicherà, così nessuno saprà mai di quali persecuzioni è vittima.
Ma andiamo oltre.
Su Ask.fm, come su qualunque altro social, vige la ricerca della cosiddetta “popolarità” che ormai, tra gli adolescenti, si misura sulla base del numero di followers e di like. Così, la vita su Ask si traduce una perenne compravendita: “Se mi metti 10 like, io te ne metto 50”, “Ti seguo, mi segui anche tu?”, “Tra 10 minuti c'è un evento sul mio profilo: 100 like a chi mi segue e me ne mette 50. Se non ti interessa cancella, non pubblicare.” E via così, decine di messaggi che dovrebbero essere “domande per conoscersi meglio” e diventano solo contrattazioni segrete per far mostra, alla fine, di vincere in popolarità.
Ma ci si fermasse a questo... Perché poi, fino a che punto è disposto a spingersi un ragazzo in cerca di notorietà?
Abbiamo giovani che utilizzano le domande ricevute solo per poter pubblicare sul proprio profilo selfie in pose sexy; e a quel punto chi più ne ha più ne metta: ragazzine seminude che pongono il primo piano sul sedere, sul seno, sui fianchi...labbra in fuori, posizioni provocanti. Tutto per prendere dei like e ricevere decine di “domande” in cui i maschietti affermano che sei fregna (bona), che assomigli a questa o a quella attrice famosa e che ti scoperebbero. E in cui le ragazzine chiedono come possono fare per dimagrire o per diventare belle come loro.
Sì, perché su Ask.fm si trovano poi le “dispensatrici di consigli”: ragazze con un bel fisico e seguite da tanti followers che vengono subissate di richieste di suggerimenti: “Mi faccio schifo, vorrei essere come te. Come posso fare?”
E queste adolescenti, magari di 13-14 anni, si prodigano a fornire consigli su come fare questa o quella dieta... suggerimenti a volte sensati, molto più spesso privi di una base logica.
Poi ritroviamo i maschietti in calore (tra in quali non mancano i feticisti del caso), che domandano in continuazione foto: “Pubblichi la foto del fisico?” “Foto in costume?” “Piedi nudi?” a cui le ragazzine in cerca di notorietà replicano con le immagini sollecitate.
Molto richieste sono anche le foto dei “succhiotti”, i quali, ormai usciti dalla sfera della vita privata, vengono esibiti come prova del proprio successo in ambito sentimentale. E da questo punto di vista, su Ask tutti si fanno i fatti tuoi: “Ti ho vista ieri in centro con x, ci stai insieme?” “Da quanto siete insieme?”, “Lo tradisci?”, “Ci scopi?”, “Gli fai pompini?”, “È vero che ti ha messo le corna?” “Quel succhiotto che ha sul collo glielo hai fatto tu?”, e via così.
Per non dimenticare poi il famoso meccanismo del voto, da cui gli adolescenti non riescono proprio a esentarsi.
Un anonimo a caso ti domanda “Voti?” e tu rispondi e pubblichi (ad esempio): “Va bene. Voto così: 1 = Ammazzati fai schifo; 2 = Mi fai ribrezzo ; 3 = Sei inguardabile; 4 = Non sei all'altezza; 5 = Non ci verrei con te; 6 = normale; 7 = carino; 8 = ti scoperei; 9 = sposami!; 10 = la perfezione.”
Tutte le ragazze che desiderano essere votate, mettono il like al post e il giudice in questione, attraverso domanda, ti manda il tuo voto. Ovviamente il voto viene dato in base al mero aspetto fisico che si può evincere dalla foto di profilo.
Ma questo trucchetto si può utilizzare anche in modi differenti, ad esempio chiedendo a una persona “Ti faccio dei nomi, mi dici cosa pensi?” e se lei accetta, tu le snoccioli il tuo elenco di individui che sai che lei conosce e sui quali esprimerà un giudizio (“Mi sta simpatico”, “lo odio”, “è una brava persona”, “è insopportabile”..). Ovviamente senza sapere a chi sta rispondendo (l'anonimo è di regola) e come reagiranno le persone citate se mai vedranno quella risposta pubblicata sul profilo...
Un'altra versione molto sfruttata è quella del “Ti faccio dei nomi. Mi dice se ci andresti e in che modo li baceresti?”, alla quale le ragazzine rispondono spesso senza farsi il minimo problema. Perché su Ask.fm se sei disinibita sessualmente hai più followers e non importa cosa tu faccia nella tua vita privata, ma se le persone credono che a quattordici anni tu sia navigata nelle arti amatorie, la tua popolarità ne sarà accresciuta.
Che cosa se ne facciano poi di questa notorietà da quattro soldi, non si riesce a comprendere. Ma per questi ragazzini, i famosi nativi digitali, la separazione tra la realtà e il mondo virtuale è pressoché impalpabile. Avere foto subissate di like, ricevere complimenti, richieste di consigli, messaggi quali: “Sei così bella da essere illegale, mi abbassi l'autostima”, diventa il surrogato d'amore con il quale riempiono vuoti e insicurezze. E più ne ricevono e meno bastano, fino a esserne dipendenti. E i commenti negativi e gli insulti feriscono; la solitudine invece di placarsi aumenta.
I genitori sanno cosa succede su Ask.fm?
Difficile. Perché difficile è il controllo, difficile è stare al passo dei ragazzi, difficile è comprendere il mondo in cui vivono oggi gli adolescenti.
Per questo diventa sempre più essenziale educare i giovani a conoscere le insidie del web, a entrarci preparati e corazzati e a saper usare i social come strumenti utili, tenendosi al di fuori dei meccanismi malati in cui spesso si rischia di cadere.
Sgridare e vietare, a questa età, serve a poco. Meglio stimolare i ragazzi a sviluppare un senso critico che permetta loro di rendersi conto , nel momento del bisogno, di quale sia realmente il loro bene.
Perché il bene non è svendersi per ricevere due like in più, ma coltivare sestessi in pienezza, per ciò che si è.
Una battaglia dura e difficoltosa, ma che va assolutamente affrontata.

sabato 10 settembre 2016

La dea anoressia e altre mode





Quando ero un'adolescente, si sentiva parlare spesso di anoressia o di comportamenti autolesionisti: letture proposte a scuola o film dossier documentavano in modo abbastanza realistico una problematica che mi poteva essere tanto vicina quanto lontana.
Il “non mangiare” si colora facilmente di quell'accento melodrammatico che attira gli adolescenti e richiama su di sé un'attenzione che in tanti altri modi non si riesce a ottenere. Per questo, tende a diventare facilmente una moda.
Tuttavia, ai miei tempi era raro che la moda si mescolasse con la vera e propria malattia, la quale vantava prerogative molto specifiche.
Diverso è oggi, nell'era di internet, dei social network, dei blog e di wathsapp.
L'epoca in cui, su instagram, i ragazzini pubblicano foto di tagli, propri o altrui, sulle braccia; dove il gesto autolesionista perde il suo significato originale per assumerne uno “di facciata”, perché “tagliarsi è figo”, lo fanno i cantanti depressi e procura un sacco di like. Ai miei tempi avevi gli amici che si preoccupavano per te, se facevi un po' il melodrammatico; in questi tempi ti ritrovi con centinaia di seguaci che ti osannano.
E non c'è nulla di più pericoloso di questo: del “fare gruppo” con un sacco di sconosciuti che condividono le tue stesse idee distorte, quasi si vivesse tutti insieme su un'isola speciale, finalmente compresi e gratificati nelle proprie ossessioni.
Prendiamo l'esempio dei siti “pro Ana”, uno degli effetti collaterali più pericolosi della facile fruibilità della rete.
“Ana” sta per anoressia, dove quest'ultima non viene considerata per la malattia quale è, ma come una filosofia di vita che conduce, nel tempo, alla perfezione. Perfezione estetica, chiaramente.
Ho provato a inserire poche parole in google e il risultato ottenuto è stato un'ondata infinita di blog Pro Ana, gestiti principalmente da ragazzine in età non necessariamente adolescenziale: ho scovato, infatti, parecchie tredicenni e, cosa mostruosa, persino un'undicenne; tutte con l'obiettivo di cercare sostegno nel proprio proposito di dimagrire, creando veri e propri “gruppi di autoaiuto” nello smettere di mangiare.
Spulciando tra i diversi siti, pagine e blog, ho potuto così sintetizzare le idee che circolano tra i “pro Ana”: il cibo è il nemico da sconfiggere, è opportuno assumere non più quattrocento calorie al giorno, è necessario consumare con attività fisica il doppio delle calorie ingerite, si deve tenere un elastico al polso e pizzicarlo ogni volta che si è tentati di mangiare, bisogna bere moltissimo perché questo favorisce il senso di sazietà, se si soffre di crampi da fame, basta rannicchiarsi su se stessi e passeranno, se si è tentati di mangiare, è consigliabile pensare a cose schifose oppure fissare foto di modelle magrissime.
I blog sono un continuo alternarsi di voci giovani, fragili, sole. Ci sono richieste di aiuto da parte di ragazze che dichiarano di sentirsi “grasse e schifose” e desiderano raggiungere un peso inferiore ai cinquanta chili : “Sono alta un metro e sessantacinque e peso cinquantuno chili, lo so, sono grassa da fare schifo. Non mangio da ventiquattro ore, ma ora non so come resistere alla tentazione, aiutatemi.”. Frasi nonsense dove il bisogno naturale di nutrirsi è considerato solo una “malefica tentazione”.
Troviamo poi , frequentissime, le dispensatrici di consigli: “ Fai 6 piccoli pasti al giorno. Prendi due mele e dividile così da avere 6 pasti. In questo modo ingannerai il tuo corpo, il quale penserà che sta mangiando di più.” ; “Se incominci a sentire fame, fai addominali o datti dei pugni nello stomaco. Non sentirai più fame.” ; “Se non resisti alla tentazione, prendi un alimento con pochissime calorie (mandarino, kiwi...), taglialo in pezzi molto piccoli e assaporane pezzo per pezzo... non avrai fame per molte ore”; “Fai bagni in acqua gelata per mezz'ora, così il tuo corpo consumerà duecento calorie per riportarsi alla temperatura ideale.”
C'è poi chi offre suggerimenti per sfuggire al controllo dei genitori: “Racconta che stai andando a mangiare a casa di un'amica e invece vai a camminare: brucerai calorie anziché assumerne:”; “Fingi di avere il raffreddore e mentre ti soffi il naso, sputa il cibo nel fazzoletto”; “Preparati uno snack, ma anziché mangiarlo buttalo via e poi lascia il piatto sporco dove i tuoi genitori lo vedano.”
Sotto ai consigli, decine e decine di commenti: ragazzine entusiaste che ringraziano e si scambiano il numero di telefono per creare gruppi wathsapp dove incitarsi a vicenda a non mangiare.
Un sistema folle di autorinforzo, che simula il “normale” gruppo dei pari, ma stavolta costituito da adolescenti ossessionati dalla magrezza che si incoraggiano vicendevolmente a vivere d'aria e a raggiungere quel peso irrealistico che le renderà finalmente perfette e felici.
Nei blog appaiono anche commenti di persone indignate che promettono di segnalare e denunciare il sito.. eppure le pagine sono ancora tutte lì, ad anni di distanza rispetto alla presunta data di segnalazione.
Consigli diabolici, letali, che portano le ragazzine ad isolarsi dal mondo e dai familiari, a rinchiudersi in una mentalità che le valuta solo attraverso il perso corporeo e il controllo del cibo, sacrificate a una malattia divinizzata che amplifica il disamore per se stessi e l'impossibilità di riuscire ad accettarsi per gli essere umani, imperfetti ma con un valore imprescindibile, che esse sono.
L'identificazione con i gruppi pro Ana è pericolosa, insidiosa e devastante e va a infrangere quel confine tra moda e malattia che, ai miei tempi, metteva in salvo tante ragazzine. Ora, con smartphone alla mano e pagine instagram di ragazzine che “fanno gruppo” per non mangiare, anche chi aveva solo la mezza idea di digiunare un po' per perdere qualche chilo, viene travolto dalla forza di questi messaggi e rischia di restare intrappolato in una mentalità sempre più restrittiva e distorta.
Ritengo che il proliferare di questi siti vada continuamente denunciato, finché, chi ne ha mezzi, non si deciderà a mettere un controllo più severo.



domenica 28 agosto 2016

Ti ricordi cosa pensavi da bambino?



Ogni tanto mi capita, guardando un bambino in un momento qualsiasi della sua giornata, che il presente si annulli e io mi ritrovi a ricordare me stessa alla sua età. Riscopro, in un flash back, il mondo osservato da una prospettiva diversa: i colori, gli odori, i suoni, i significati filtrati da un'età che ho vissuto e poi accantonato. Ed è sorprendente scoprire come il mio modo di essere di allora si discosti totalmente da ciò che sono adesso.
Confrontarmi con la me stessa di otto anni, di dodici, di diciotto è quasi stridente, tanto sono pochi i punti in comune.
Eppure sono convinta che sia un esercizio che dovrei sforzarmi di fare più spesso, perché siamo talmente abituati a essere ciò che siamo, da scordarci che non lo siamo sempre stati.
Nel mio vivere quotidiano, vedo spesso adulti adirarsi con i propri figli perché non si comportano nel modo più opportuno, senza che tuttavia sia stato loro spiegato preventivamente quello che ci si aspettava da loro.
Ma cosa fai, non vedi che non ci si comporta così? Non ci arrivi proprio?”
Frasi che fanno parte del nostro quotidiano e che ci escono con un automatismo tale da non lasciare spazio a un'opportuna riflessione.
Diamo per scontato che il bambino “ci arrivi”, che capisca da solo qual è l'atteggiamento opportuno da tenere, che abbia la cognizione di causa per discernere il bene dal male e prevedere le conseguenze del proprio comportamento.
Diamo per scontato che il bambino ragioni come noi. Che un tredicenne ragioni come un quarantenne.
Ma i tredicenni ragionano da tredicenni, i diciottenni da diciotteni e i bambini di sette anni da bambini di sette anni.
Affermazione che può sembrare fin ridicola nella sua ovvietà, ma che non lo diventa per niente, se ci rendiamo conto di quanto facciamo fatica a ricordarci di come si stava da bambini.
Ci serve uno sforzo effettivo per uscire da noi stessi, dalla nostra maturità, e tornare nei panni di un ragazzino che ha vissuto per pochi anni, ha incontrato poche persone, ha sulla propria pelle poca – pochissima – esperienza.
Se chiudo gli occhi e mi concentro sui particolari della mia infanzia, riesco a percepire vagamente come le emozioni fossero amplificate in passato... come fatti ora banali mi mettessero grande agitazione, terrore, o anche eccitazione e gioia. Come il tempo fosse dilatato e un “tra poco andiamo” assumesse contorni sfumati, perché il “tra poco” di un bambino non è lo stesso di un adulto.
Posso ricordare la sensazione che il mondo fosse troppo grande e ingestibile, che fossero troppe le nozioni e le competenze che mi mancavano.
Ma mi devo sforzare... è necessario sforzarsi, perché non ci viene naturale. È molto più semplice restare nella nostra testa e adoperare quella.
Basta pensare a tutti quei genitori che ti incontrano per strada dopo una vita che non ti vedono, ti presentano il proprio figlio di due-tre anni e poi, ai saluti, cominciano a incoraggiare il figlio “Dai, saluta Anna, dalle un bacino. Non glielo dai un bacino? Cosa fai, il timido?” Mentre io arretro lentamente, cercando di cavare il bambino da quella situazione di imbarazzo.
Fare il timido? Ma esiste un motivo... un solo motivo al mondo per cui un bambino, che ha come riferimento i genitori, i nonni e pochi altri, sbattuto davanti a un perfetto estraneo, debba dargli un bacio?
Vorrei chiederlo a volte ai genitori: “Ma voi baciate gente a caso, per strada?”
Eppure questo è uno scambio di battute talmente tanto comune, talmente sentito e risentito, che lo assimiliamo e lo riproduciamo in toto, senza provare a metterlo in discussione. Senza che ci venga il dubbio che magari il bambino ha ottimi e validissimi motivi per non baciare lo sconosciuto appena incontrato.
E allora, carissimi miei coetanei adulti, vi propongo di farlo tutti insieme questo sforzo e andare a caccia delle nostre paure di bambini, dei nostri desideri, delle nostre sensazioni, della forma stessa della nostra mente di allora: di quando avevamo sei anni, o dodici, o diciannove... Epoche, mondi che abbiamo vissuto e dobbiamo ogni tanto rivisitare.

Sono certa che potremmo diventare un po' più leggeri verso i ragazzi, e magari fornire qualche informazione utile in più e qualche giudizio in meno. 

mercoledì 17 agosto 2016

Quello schiaffo a mio figlio che mi è scappato...



L'altro giorno, mi è capitato sotto gli occhi un articolo di Alberto Pellai, medico e psicoterapeuta dell'età evolutiva che stimo moltissimo. Ho avuto modo di ascoltarlo dal vivo e l'impressione che ne ho avuto è stata di una persona estremamente competente, lucida e profondamente umana.
Nel suo articolo, tocca la questione dell'utilizzo delle cosiddette “maniere forti” nell'educazione dei bambini e mi ha favorevolmente colpita scoprire che le sue parole ricalcano quelli che sono già da tempo i miei pensieri.
Pellai sottolinea come, uno schiaffo dato a un bambino, molto spesso generi silenzio e paura, impedendo l'apertura di un dialogo.
Questo però, ho avuto di appurare, accade di frequente anche con ragazzi che sono andati ben oltre l'età dell'infanzia e che sono ormai in piena regola adolescenti.
Il quattordicenne non è il bambino di quattro anni, che passa il segno senza accorgersene e uno scapaccione lo riporta alla realtà, seppur in modo brutale. Il quattordicenne ha una testa attiva, anche se forse “accodata” al modo di pensare del suo gruppo di amici; ha delle idee, anche se sono sempre, necessariamente, opposte a quelle dei genitori; ha un senso della propria dignità che inizia ad assomigliare a quello dell'adulto.
Tutto questo, spesso, accade d'improvviso e a una velocità impensata e l'adulto non sempre riesce a stare al passo, finendo per utilizzare con l'adolescente gli stessi metodi che adottava con il bambino. Scoprendo, con sgomento, che gli ordini secchi, gli imperativi, le minacce di punizioni, invece di suscitare timore e rispetto dell'autorità, generano sfida, ribellione, risposte maleducate. Da lì, passare allo schiaffo è un salto breve e veloce.
Ognuno di noi ha la propria storia, che è tale in virtù delle esperienze vissute, dell'educazione ricevuta, delle relazioni instaurate, dei propri dolori, degli obiettivi, di fallimenti, sogni e delusioni.
Esistono milioni di motivi comprensibili per il quale un genitore stanco, disperato, arrabbiato, possa venire alle mani col proprio figlio adolescente.
Abbiamo tutti troppa paura di perdere l'autorità, come se una mala parola potesse far venir meno la nostra dignità personale. Come se un ragazzino di quattordici, quindici anni, avesse il potere di svelare la nostra pochezza.
Eppure, è quando alziamo le mani che abbiamo perso. Praticamente sempre. (A meno che nostro figlio non stia avendo una crisi isterica in mezzo all'autostrada, dove uno schiaffo salvavita potrebbe essere la soluzione del momento...).
Uno schiaffo provoca un immediato blocco della comunicazione. Provoca chiusura e uno sconsolante sentimento di solitudine e incomprensione.
Sperare che nostro figlio adolescente apra un dialogo con noi, dopo essere stato schiaffeggiato, è pura utopia.
Correrà a chiudersi in camera, si infilerà le cuffiette nelle orecchie e annegherà la sua tristezza nell'hip hop più arrabbiato, postando sui social frasi vittimistiche, alla ricerca di quei like che lo faranno sentire un essere un po' più desiderato.
Ma se riusciamo a respirare a fondo e, per un istante, a sotterrare l'ascia del comando, forse quel dialogo con nostro figlio riusciremo ad averlo.
Se invece di scagliare uno schiaffo che ripristini la giusta gerarchia, proviamo ad usarla, la nostra maturità, per ignorare l'offesa e offrire un po' di ascolto e comprensione, per entrare con umiltà nel punto di vista di un ragazzino; allora potremmo scoprire che dentro nostro figlio si nasconde un mondo che fino ad ora ci era sconosciuto.
Un mondo fatto di domande, di fragilità, di insicurezze e paure dove, sotto sotto, questi ragazzi non desiderano altro che appoggiarsi a chi li ama. E, a quel punto, ce la potremo giocare la nostra “adultità”, potremo portare i nostri valori in un terreno più predisposto all'ascolto. Scoprendo di non aver perso né il rispetto né l'autorevolezza, ma anzi, avendone guadagnati di aggiuntivi. Non è semplice e costa un buon lavoro su se stessi. Ma sono certa che valga la pena provare.

sabato 13 agosto 2016

La libertà di farsi vedere leggere...

Stamattina leggevo un post di Alessandro D'Avenia. Lo scrittore raccontava di come abbia regalato al nipotino un libro illustrato sull'Odissea e di come come, insieme a tutta la famiglia riunita sotto le stelle, ne leggesse ad alta voce qualche pagina ogni sera.
E' questa la magia che, in futuro, produrrà un nuovo piccolo appassionato lettore.
Chi è stato costretto a leggere, costringerà i propri figli a farlo.
Ma chi è vissuto con persone che amavano leggere, ha visto con i propri occhi delinearsi mondi e personaggi incantati e finisce per desiderare di entrarci a propria volta.
Ringrazio mia madre e mia zia che non mi hanno mai detto "Leggi!", ma, per anni, si sono fatte vedere leggere.
Ricordo le vacanze in montagna, quando la mia famiglia condivideva per un mese l'appartamento con la famiglia dei miei zii.
La luce dell'abat-jour di mia zia restava accesa per ore, di notte. Ogni volta che scopriva un libro intrigante, io mi svegliavo in piena notte e trovavo la sua luce accesa.
"Non potevo smettere di leggere, senza averlo finito", mi diceva il mattino dopo.
Cara zia...che mi ha regalato negli anni moltissimi libri, per appassionarmi ai generi che affascinavano lei. Non avevamo gli stessi gusti, purtroppo, ma non importava... Comunque condividevamo  il perfetto isolamento acustico che sapevamo generare mentre leggevamo. La capacità di saperci trasportare all'interno del libro, come se il resto del mondo non esistesse. La passione per le caratterizzazioni psicologiche e le domande arzigogolate sull'agire dei personaggi.
E oggi, che mi zia è mancata ormai da 6 anni e mezzo, quante sono le notti accese da una piccola abat-jour che finisce per vedere l'alba, mentre io devo assolutamente terminare un libro...
Credo che l'unico modo per insegnare ad amare la lettura, sia farsi vedere amarla...