domenica 28 agosto 2016

Ti ricordi cosa pensavi da bambino?



Ogni tanto mi capita, guardando un bambino in un momento qualsiasi della sua giornata, che il presente si annulli e io mi ritrovi a ricordare me stessa alla sua età. Riscopro, in un flash back, il mondo osservato da una prospettiva diversa: i colori, gli odori, i suoni, i significati filtrati da un'età che ho vissuto e poi accantonato. Ed è sorprendente scoprire come il mio modo di essere di allora si discosti totalmente da ciò che sono adesso.
Confrontarmi con la me stessa di otto anni, di dodici, di diciotto è quasi stridente, tanto sono pochi i punti in comune.
Eppure sono convinta che sia un esercizio che dovrei sforzarmi di fare più spesso, perché siamo talmente abituati a essere ciò che siamo, da scordarci che non lo siamo sempre stati.
Nel mio vivere quotidiano, vedo spesso adulti adirarsi con i propri figli perché non si comportano nel modo più opportuno, senza che tuttavia sia stato loro spiegato preventivamente quello che ci si aspettava da loro.
Ma cosa fai, non vedi che non ci si comporta così? Non ci arrivi proprio?”
Frasi che fanno parte del nostro quotidiano e che ci escono con un automatismo tale da non lasciare spazio a un'opportuna riflessione.
Diamo per scontato che il bambino “ci arrivi”, che capisca da solo qual è l'atteggiamento opportuno da tenere, che abbia la cognizione di causa per discernere il bene dal male e prevedere le conseguenze del proprio comportamento.
Diamo per scontato che il bambino ragioni come noi. Che un tredicenne ragioni come un quarantenne.
Ma i tredicenni ragionano da tredicenni, i diciottenni da diciotteni e i bambini di sette anni da bambini di sette anni.
Affermazione che può sembrare fin ridicola nella sua ovvietà, ma che non lo diventa per niente, se ci rendiamo conto di quanto facciamo fatica a ricordarci di come si stava da bambini.
Ci serve uno sforzo effettivo per uscire da noi stessi, dalla nostra maturità, e tornare nei panni di un ragazzino che ha vissuto per pochi anni, ha incontrato poche persone, ha sulla propria pelle poca – pochissima – esperienza.
Se chiudo gli occhi e mi concentro sui particolari della mia infanzia, riesco a percepire vagamente come le emozioni fossero amplificate in passato... come fatti ora banali mi mettessero grande agitazione, terrore, o anche eccitazione e gioia. Come il tempo fosse dilatato e un “tra poco andiamo” assumesse contorni sfumati, perché il “tra poco” di un bambino non è lo stesso di un adulto.
Posso ricordare la sensazione che il mondo fosse troppo grande e ingestibile, che fossero troppe le nozioni e le competenze che mi mancavano.
Ma mi devo sforzare... è necessario sforzarsi, perché non ci viene naturale. È molto più semplice restare nella nostra testa e adoperare quella.
Basta pensare a tutti quei genitori che ti incontrano per strada dopo una vita che non ti vedono, ti presentano il proprio figlio di due-tre anni e poi, ai saluti, cominciano a incoraggiare il figlio “Dai, saluta Anna, dalle un bacino. Non glielo dai un bacino? Cosa fai, il timido?” Mentre io arretro lentamente, cercando di cavare il bambino da quella situazione di imbarazzo.
Fare il timido? Ma esiste un motivo... un solo motivo al mondo per cui un bambino, che ha come riferimento i genitori, i nonni e pochi altri, sbattuto davanti a un perfetto estraneo, debba dargli un bacio?
Vorrei chiederlo a volte ai genitori: “Ma voi baciate gente a caso, per strada?”
Eppure questo è uno scambio di battute talmente tanto comune, talmente sentito e risentito, che lo assimiliamo e lo riproduciamo in toto, senza provare a metterlo in discussione. Senza che ci venga il dubbio che magari il bambino ha ottimi e validissimi motivi per non baciare lo sconosciuto appena incontrato.
E allora, carissimi miei coetanei adulti, vi propongo di farlo tutti insieme questo sforzo e andare a caccia delle nostre paure di bambini, dei nostri desideri, delle nostre sensazioni, della forma stessa della nostra mente di allora: di quando avevamo sei anni, o dodici, o diciannove... Epoche, mondi che abbiamo vissuto e dobbiamo ogni tanto rivisitare.

Sono certa che potremmo diventare un po' più leggeri verso i ragazzi, e magari fornire qualche informazione utile in più e qualche giudizio in meno. 

mercoledì 17 agosto 2016

Quello schiaffo a mio figlio che mi è scappato...



L'altro giorno, mi è capitato sotto gli occhi un articolo di Alberto Pellai, medico e psicoterapeuta dell'età evolutiva che stimo moltissimo. Ho avuto modo di ascoltarlo dal vivo e l'impressione che ne ho avuto è stata di una persona estremamente competente, lucida e profondamente umana.
Nel suo articolo, tocca la questione dell'utilizzo delle cosiddette “maniere forti” nell'educazione dei bambini e mi ha favorevolmente colpita scoprire che le sue parole ricalcano quelli che sono già da tempo i miei pensieri.
Pellai sottolinea come, uno schiaffo dato a un bambino, molto spesso generi silenzio e paura, impedendo l'apertura di un dialogo.
Questo però, ho avuto di appurare, accade di frequente anche con ragazzi che sono andati ben oltre l'età dell'infanzia e che sono ormai in piena regola adolescenti.
Il quattordicenne non è il bambino di quattro anni, che passa il segno senza accorgersene e uno scapaccione lo riporta alla realtà, seppur in modo brutale. Il quattordicenne ha una testa attiva, anche se forse “accodata” al modo di pensare del suo gruppo di amici; ha delle idee, anche se sono sempre, necessariamente, opposte a quelle dei genitori; ha un senso della propria dignità che inizia ad assomigliare a quello dell'adulto.
Tutto questo, spesso, accade d'improvviso e a una velocità impensata e l'adulto non sempre riesce a stare al passo, finendo per utilizzare con l'adolescente gli stessi metodi che adottava con il bambino. Scoprendo, con sgomento, che gli ordini secchi, gli imperativi, le minacce di punizioni, invece di suscitare timore e rispetto dell'autorità, generano sfida, ribellione, risposte maleducate. Da lì, passare allo schiaffo è un salto breve e veloce.
Ognuno di noi ha la propria storia, che è tale in virtù delle esperienze vissute, dell'educazione ricevuta, delle relazioni instaurate, dei propri dolori, degli obiettivi, di fallimenti, sogni e delusioni.
Esistono milioni di motivi comprensibili per il quale un genitore stanco, disperato, arrabbiato, possa venire alle mani col proprio figlio adolescente.
Abbiamo tutti troppa paura di perdere l'autorità, come se una mala parola potesse far venir meno la nostra dignità personale. Come se un ragazzino di quattordici, quindici anni, avesse il potere di svelare la nostra pochezza.
Eppure, è quando alziamo le mani che abbiamo perso. Praticamente sempre. (A meno che nostro figlio non stia avendo una crisi isterica in mezzo all'autostrada, dove uno schiaffo salvavita potrebbe essere la soluzione del momento...).
Uno schiaffo provoca un immediato blocco della comunicazione. Provoca chiusura e uno sconsolante sentimento di solitudine e incomprensione.
Sperare che nostro figlio adolescente apra un dialogo con noi, dopo essere stato schiaffeggiato, è pura utopia.
Correrà a chiudersi in camera, si infilerà le cuffiette nelle orecchie e annegherà la sua tristezza nell'hip hop più arrabbiato, postando sui social frasi vittimistiche, alla ricerca di quei like che lo faranno sentire un essere un po' più desiderato.
Ma se riusciamo a respirare a fondo e, per un istante, a sotterrare l'ascia del comando, forse quel dialogo con nostro figlio riusciremo ad averlo.
Se invece di scagliare uno schiaffo che ripristini la giusta gerarchia, proviamo ad usarla, la nostra maturità, per ignorare l'offesa e offrire un po' di ascolto e comprensione, per entrare con umiltà nel punto di vista di un ragazzino; allora potremmo scoprire che dentro nostro figlio si nasconde un mondo che fino ad ora ci era sconosciuto.
Un mondo fatto di domande, di fragilità, di insicurezze e paure dove, sotto sotto, questi ragazzi non desiderano altro che appoggiarsi a chi li ama. E, a quel punto, ce la potremo giocare la nostra “adultità”, potremo portare i nostri valori in un terreno più predisposto all'ascolto. Scoprendo di non aver perso né il rispetto né l'autorevolezza, ma anzi, avendone guadagnati di aggiuntivi. Non è semplice e costa un buon lavoro su se stessi. Ma sono certa che valga la pena provare.

sabato 13 agosto 2016

La libertà di farsi vedere leggere...

Stamattina leggevo un post di Alessandro D'Avenia. Lo scrittore raccontava di come abbia regalato al nipotino un libro illustrato sull'Odissea e di come come, insieme a tutta la famiglia riunita sotto le stelle, ne leggesse ad alta voce qualche pagina ogni sera.
E' questa la magia che, in futuro, produrrà un nuovo piccolo appassionato lettore.
Chi è stato costretto a leggere, costringerà i propri figli a farlo.
Ma chi è vissuto con persone che amavano leggere, ha visto con i propri occhi delinearsi mondi e personaggi incantati e finisce per desiderare di entrarci a propria volta.
Ringrazio mia madre e mia zia che non mi hanno mai detto "Leggi!", ma, per anni, si sono fatte vedere leggere.
Ricordo le vacanze in montagna, quando la mia famiglia condivideva per un mese l'appartamento con la famiglia dei miei zii.
La luce dell'abat-jour di mia zia restava accesa per ore, di notte. Ogni volta che scopriva un libro intrigante, io mi svegliavo in piena notte e trovavo la sua luce accesa.
"Non potevo smettere di leggere, senza averlo finito", mi diceva il mattino dopo.
Cara zia...che mi ha regalato negli anni moltissimi libri, per appassionarmi ai generi che affascinavano lei. Non avevamo gli stessi gusti, purtroppo, ma non importava... Comunque condividevamo  il perfetto isolamento acustico che sapevamo generare mentre leggevamo. La capacità di saperci trasportare all'interno del libro, come se il resto del mondo non esistesse. La passione per le caratterizzazioni psicologiche e le domande arzigogolate sull'agire dei personaggi.
E oggi, che mi zia è mancata ormai da 6 anni e mezzo, quante sono le notti accese da una piccola abat-jour che finisce per vedere l'alba, mentre io devo assolutamente terminare un libro...
Credo che l'unico modo per insegnare ad amare la lettura, sia farsi vedere amarla...

giovedì 11 agosto 2016

Ma chi è che dorme un sacco?

Più il tempo passa e più mi rendo conto di quanti pregiudizi ci siano sulle persone che, come me, hanno il bioritmo spostato in avanti.
Ci sono quelli che si alzano con le galline, entusiasti e grintosi nei confronti della giornata; e poi ci sono quelli come me, che si alzano con una zavorra attaccata al sedere che sembra volerci riappiccicare al letto anche se siamo riusciti faticosamente ad alzarci in piedi.
Ho un 'amica che, da sempre, si sveglia spontaneamente alle cinque del mattino e parte come un treno in corsa, affrontando le mille incombenze della giornata con uno sprint iniziale invidiabile. Poi, se le telefoni a casa alle venti e trenta, il padre ti chiede di richiamare il giorno dopo perché è già andata a dormire.
Io, invece, alle venti e trenta sono ancora in piena attività e posso tirare serenamente a mattina. Ma la vita mi consente raramente di poter seguire questo ritmo, per cui alle tre mi impongo di andare a dormire e magari, se come stamattina non ho impegni urgenti, me ne sto a letto fino alle nove e trenta.
"Che scandalo...!", ti commentano le amiche... "le nove e stai ancora dormendo!"
Eppure, se vogliamo fare un rapido conteggio, l'amica che è andata a letto alle venti e trenta e si è alzata alle cinque ha dormito otto ore e mezzo. Io sei e mezzo.
Eppure non c'è scampo: se ti alzi alle nove e trenta, sei una dormigliona. Il mattiniero è il lavoratore attivo e tu sei la pigrona.
Poco importa se ti sei scelta un lavoro libero professionale dove gli orari te li fai tu e, sì, non vai mai in studio fino alle nove del mattino, ma magari lavori poi fino alle due di notte. Poco importa.
Poco importa se per quattro giorni a fila sei andata a letto alle tre e, per motivi di forza maggiore, ti sei dovuta alzare alle sette. Il quinto giorno, quando dormirai fino alle nove e trenta, sarai una dormigliona. E la vedrai, negli occhi della gente intorno a te, quella finta comprensione di chi ti dice che fai bene a dormire.
Faccio bene a dormire? Perché, tu non dormi?
Rassegnamoci, amici gufi! Stare svegli la notte non paga agli occhi del mondo. Siamo pigri e dormiglioni e le scattanti allodole ci staranno sempre avanti nell'immagine pubblica.
Ma almeno noi, per l'ultimo dell'anno, non dovremo fare un pisolo alle ventidue e trenta - tra la prima e e la seconda portata del cenone- per riuscire a tenere aperti gli occhi durante il brindisi di mezzanotte!

mercoledì 10 agosto 2016

Saluti in notturna

Buona notte a tutti quanti!^^
Mentre voi dormite, io mi cimento in questo esperimento...
Creare un blog? Io?
Non ho voglia, non ho tempo, non ho nulla da dire!
Eppure ogni tanto ci sono pensieri che mi frullano in testa, considerazioni...o anche solo piccole perle di vita che mi capita di vivere. E non mi dispiace l'idea di condividerle.
Non so davvero cosa salterà fuori da questo esperimento: potrà germinare e crescere come una pianta al sole, oppure afflosciarsi su se stesso, svuotato di ogni nutrimento.
Ma ci provo...
Per cui, comincio con il darvi la buona notte: a chi sta dormendo da un pezzo, a chi è ancora in piedi come me a fissare lo schermo di un computer... a chi lavora, a chi soffre, a chi vive nell'ansia e nella preoccupazione. O a chi sa che la vita è ricca di perle preziose, che possiamo condividere gli uni con gli altri rendendoci migliore a vicenda l'esistenza.
Buona notte... e, magari, a presto.

Anna