Ogni
tanto mi capita, guardando un bambino in un momento qualsiasi della
sua giornata, che il presente si annulli e io mi ritrovi a ricordare
me stessa alla sua età. Riscopro, in un flash back, il mondo
osservato da una prospettiva diversa: i colori, gli odori, i suoni, i
significati filtrati da un'età che ho vissuto e poi accantonato. Ed
è sorprendente scoprire come il mio modo di essere di allora si
discosti totalmente da ciò che sono adesso.
Confrontarmi
con la me stessa di otto anni, di dodici, di diciotto è quasi
stridente, tanto sono pochi i punti in comune.
Eppure
sono convinta che sia un esercizio che dovrei sforzarmi di fare più
spesso, perché siamo talmente abituati a essere ciò che siamo, da
scordarci che non lo siamo sempre stati.
Nel
mio vivere quotidiano, vedo spesso adulti adirarsi con i propri figli
perché non si comportano nel modo più opportuno, senza che
tuttavia sia stato loro spiegato preventivamente quello che ci si
aspettava da loro.
“Ma
cosa fai, non vedi che non ci si comporta così? Non ci arrivi
proprio?”
Frasi
che fanno parte del nostro quotidiano e che ci escono con un
automatismo tale da non lasciare spazio a un'opportuna riflessione.
Diamo
per scontato che il bambino “ci arrivi”, che capisca da solo qual
è l'atteggiamento opportuno da tenere, che abbia la cognizione di
causa per discernere il bene dal male e prevedere le conseguenze del
proprio comportamento.
Diamo
per scontato che il bambino ragioni come noi. Che un tredicenne
ragioni come un quarantenne.
Ma
i tredicenni ragionano da tredicenni, i diciottenni da diciotteni e i
bambini di sette anni da bambini di sette anni.
Affermazione
che può sembrare fin ridicola nella sua ovvietà, ma che non lo
diventa per niente, se ci rendiamo conto di quanto facciamo fatica a
ricordarci di come si stava da bambini.
Ci
serve uno sforzo effettivo per uscire da noi stessi, dalla nostra
maturità, e tornare nei panni di un ragazzino che ha vissuto per
pochi anni, ha incontrato poche persone, ha sulla propria pelle poca
– pochissima – esperienza.
Se
chiudo gli occhi e mi concentro sui particolari della mia infanzia,
riesco a percepire vagamente come le emozioni fossero amplificate in
passato... come fatti ora banali mi mettessero grande agitazione,
terrore, o anche eccitazione e gioia. Come il tempo fosse dilatato e
un “tra poco andiamo” assumesse contorni sfumati, perché il “tra
poco” di un bambino non è lo stesso di un adulto.
Posso
ricordare la sensazione che il mondo fosse troppo grande e
ingestibile, che fossero troppe le nozioni e le competenze che mi
mancavano.
Ma
mi devo sforzare... è necessario sforzarsi, perché non ci viene
naturale. È molto più
semplice restare nella nostra testa e adoperare quella.
Basta
pensare a tutti quei genitori che ti incontrano per strada dopo una
vita che non ti vedono, ti presentano il proprio figlio di due-tre
anni e poi, ai saluti, cominciano a incoraggiare il figlio “Dai,
saluta Anna, dalle un bacino. Non glielo dai un bacino? Cosa fai, il
timido?” Mentre io arretro lentamente, cercando di cavare il
bambino da quella situazione di imbarazzo.
Fare
il timido? Ma esiste un motivo... un solo motivo al mondo per cui un
bambino, che ha come riferimento i genitori, i nonni e pochi altri,
sbattuto davanti a un perfetto estraneo, debba dargli un bacio?
Vorrei
chiederlo a volte ai genitori: “Ma voi baciate gente a caso, per
strada?”
Eppure
questo è uno scambio di battute talmente tanto comune, talmente
sentito e risentito, che lo assimiliamo e lo riproduciamo in toto,
senza provare a metterlo in discussione. Senza che ci venga il dubbio
che magari il bambino ha ottimi e validissimi motivi per non baciare
lo sconosciuto appena incontrato.
E
allora, carissimi miei coetanei adulti, vi propongo di farlo tutti
insieme questo sforzo e andare a caccia delle nostre paure di
bambini, dei nostri desideri, delle nostre sensazioni, della forma
stessa della nostra mente di allora: di quando avevamo sei anni, o
dodici, o diciannove... Epoche, mondi che abbiamo vissuto e dobbiamo
ogni tanto rivisitare.
Sono
certa che potremmo diventare un po' più leggeri verso i ragazzi, e
magari fornire qualche informazione utile in più e qualche giudizio
in meno.

