sabato 22 ottobre 2016

Ho visto un ragazzo sbocciare




Oggi ho visto una cosa bellissima.
Credo ci vorrebbero parole più adatte di quelle che possiedo, per poter descrivere quello che è avvenuto davanti ai miei occhi.
Era il compimento luminoso di una storia iniziata poco più di due anni e mezzo fa.
Lui era un ragazzino di seconda media che, descritto dalla bocca dei suoi insegnanti, aveva problemi di logica, di intelligenza, di educazione, di menefreghismo completo nei confronti della scuola.
Lasciato allo sbando per tutto il periodo delle elementari, mai segnalato nonostante le richieste della madre, la diagnosi di discalculia all'inizio delle medie non aveva migliorato in alcun modo la sua situazione.
Prendeva insufficienze in tutte le materie, faceva spallucce quando i professori lo riprendevano, chiacchierava troppo, disturbava, attirava l'attenzione con battute inappropriate, non faceva mai i compiti; appariva disinteressato al suo andamento scolastico, ai brutti voti, ai ripetuti richiami, alle note sul diario.
Le punizioni della madre non sortivano miglioramenti, le persone che lo aiutavano a casa nei compiti non sapevano più a che santo votarsi. Lui era agitato, sempre in movimento, sempre con la testa altrove, sempre con quelle battutine sarcastiche e quella disinvolta noncuranza verso tutto quello che riguardava la scuola.
E poi c'era quel tic, sempre più frequente e stancante. “Ma sì, avrà i suoi problemi!”, diceva la prof di italiano, per giustificare quel continuo strizzar d'occhi, e si capiva bene che con questo intendeva “problemi di testa”.
Poi io iniziai a lavorare con lui e quel castello di giudizi e sentenze crollò con un solo alito di fiato. Trovai occhi enormi, bisognosi di comprensione; trovai un'ansia terribile di venire bocciato, trovai il desiderio ardente di essere migliore e di essere guidato nel diventarlo.
Lo scoprii squassato da un senso atavico di fallimento che raggiungeva il suo apice di fronte a qualunque esercizio di matematica.
“Non lo so”, “Tanto non sono capace”, “Tanto sbaglio”, “Non ne vale la pena, tanto non ci riesco”.
Appena abbassava gli occhi su un esercizio di matematica, la sua testa si staccava e volava altrove.
Lo vedevo che lui non c'era più. Si estraniava e scappava il più lontano possibile, per non essere costretto ad affrontare quel senso di inadeguatezza che lo mangiava vivo.
E quando la sua mente si ricollegava, era solo per dire “Non lo so fare”.
“Ma non ci hai neppure provato. Non hai nemmeno guardato l'esercizio!”
Quante lotte, quante interminabili chiacchierate sul suo senso di inadeguatezza. Quanta fatica, quanti incoraggiamenti!
Quanta rabbia nei confronti dei professori che invece di notare i suoi piccoli miglioramenti, lo massacravano quotidianamente, senza rendersi conto che lui non era più lo stesso di prima. Senza accorgersi di cambiamenti ai miei occhi così evidenti, ma che per loro erano irrilevanti.
Non era facile tenere a bada il senso di impotenza che rischiava di avviluppare anche me. Sarebbe stato semplice, a un certo punto, mandare tutti a quel paese e lasciare che le cose andassero da sole.
Ma a lui avevo detto “Io non accetto che ti arrendi!”, come potevo essere io a deporre le armi?
E le verifiche, che terrore! Le affrontava con il fallimento nello sguardo, sentendo nel suo intimo che non ne sarebbe uscito vittorioso e questo lo portava a leggere a malapena le consegne, a decidere che tanto non lo sapeva fare e a consegnare quasi in bianco.
Quanto lavoro, quanta fatica in quella seconda media e poi in terza e nella preparazione all'esame... e poi all'inizio delle scuole superiori.
Un lavoro costante, ma fatto di piccoli, minuscoli passi. Di ostacoli e successi infinitesimali, di sforzi emotivi e inarrestabili miglioramenti. E sempre, ad ogni centimetro avanti, il riconoscimento del suo lavoro, del suo crescere. Ottimismo, coraggio, positività. E non arrendersi mai. Mai. Mai.
E così siamo arrivati fino ad oggi, a questo ottobre della seconda superiore.
La verifica di matematica, la prima di questo nuovo anno, è domani. Ci stiamo lavorando da quasi un mese e oggi gli ho consegnato una sfilza di esercizi da fare, alcuni semplici, altri molto più articolati.
“Io sono qui, ma è come se non ci fossi. Hai il quaderno con gli schemi, hai le consegne degli esercizi. Sei in grado di fare tutto.”
L'ho guardato, mentre si chinava sugli esercizi e sfogliava gli schemi, cercando per ogni passaggio l'indicazione giusta. C'era ancora tanta insicurezza, lo vedevo nei suoi gesti, nell'istinto di voltarsi a guardarmi, a cercare un appoggio, una rassicurazione.
C'era la paura di non riuscire, la tentazione di dire “questo non lo so fare”, “questo non l'ho capito”.
Ma non l'ha fatto.
La sua testa è rimasta lì, ha ragionato, ha prodotto, ha sbagliato, si è corretto, ha proseguito.
Non ha mollato.
Io lo guardavo, indecisa se abbandonarmi a un sorriso infinito o lasciare che le lacrime mi scappassero dagli occhi.
Commossa ed emozionata come di fronte a un miracolo.
E lui, sempre più sicuro e disinvolto man mano che il tempo passava, è arrivato in fondo all'ultimo esercizio, facendo ogni cosa da solo.
“Ho finito”, mi ha detto e non ho avuto bisogno di correggere nulla, perché i miei occhi lo avevano seguito tutto il tempo e lo sapevo...che non aveva fatto nessun errore.
Oggi ho visto una cosa bellissima. Una cosa che due anni e mezzo fa vedevo solo nella mia testa. Avevo già visto dentro di me che quel ragazzino giudicato stupido e senza interesse per la scuola aveva dentro un altro se stesso. Un se stesso fatto di buona volontà e desiderio di migliorarsi, di passione e sensibilità, di fragile forza in grado di crescere.
Ho puntato su quei pezzetti di lui, allora così ben celati e difesi. E oggi l'ho visto splendere e brillare di luce propria.
Non potevo non raccontarlo, perché ho dentro troppa gioia, troppo orgoglio verso quel piccolo cucciolo che sta diventando uomo.
E penso a quanto sia importante andare oltre e provare a guardare all'interno delle persone e non all'esterno. Scovare il buono e puntare su quello.

Accade poi di vedere cose bellissime.

martedì 11 ottobre 2016

Nella testa del disattento









Ieri sera, a tavola, mi è venuta sete. Ho preso la bottiglia e ho versato l'acqua... nella zuppiera dei cetrioli, invece che nel mio bicchiere.
“Ma dove hai la testa?”
Già,dove ce l'ho?
Ovunque e in nessun luogo o forse nel posto in cui si è collocata quando sono nata e da lì non si è mai più schiodata...
La disattenzione, certo, fa parte di tutti noi, ma che la mia fosse un po' fuori dalle regole non mi era mai balenato in mente, prima di venire a conoscenza, per percorso di studi e lavoro, del disturbo da deficit attentivo.
Alle elementari avevo una brava maestra, che raccontava la lezione come fosse una fiaba e a me, che di memoria ne avevo parecchia, era sufficiente ascoltarla incantata e ripeterla per filo e per segno quando venivo interrogata.
Per gli argomenti mnemonici (verbi, tabelline, poesie...), me la risolvevo ripetendoli mentre giocavo a tennis contro il muro o saltavo su e giù per un divano. Grazie al cielo, ero sufficientemente autonoma da occuparmi da sola delle incombenze scolastiche: mio padre mi controllava i compiti la sera e mi provava le poesie, ma durante il giorno non c'era nessuno che verificava in che modo svolgessi i doveri scolastici. Potevo tranquillamente ripetere i verbi facendo le verticali contro a un muro, tenendomi impegnata affinché la noia della lezione non prendesse il sopravvento, e fare gare di velocità con me stessa nel ricopiare frasi di grammatica o nello svolgere operazioni, per rendere un po' più interessante l'attività.
Dico “grazie al cielo”, perché non so cosa sarebbe accaduto se qualcuno mi avesse costretta a restare seduta composta a studiare, con la malsana idea che mi sarei concentrata di più.
Perché quella strana idea di stare concentrati, isolandosi da tutte le attività e i rumori rimanendo fermi al tavolo, io non l'ho mai compresa.
E mi è stato ben palese finite le elementari, quando l'effetto “maestra che racconta la fiaba” è terminato e le le lezioni sono diventate un monotono mormorio dell'aula. Come focalizzarsi su quello?
Ascolti qualche parola e, all'improvviso, queste ti richiamano a un pensiero che si aggancia a un altro e un altro ancora... e quando torni all'improvviso alla realtà, la lezione è finita e non ti sei neppure accorta di quando la prof ha dettato i compiti per il giorno dopo.
Ricordo i miei lunghi pomeriggi in casa, durante il liceo, a cercare di arrivare a capo dei capitoli di filosofia. Seduta per terra sotto allo stendino dei panni, con la schiena contro il muro e l'evidenziatore in mano a leggere e rileggere la stessa incomprensibile riga. I rumori dei motorini in strada mi facevano correre alla finestra, guardavo in strada e a pensiero si agganciava pensiero e, quando rientravo in me un quarto d'ora dopo, ero ancora a quella stessa riga.
E dai, stavolta devo andare avanti!
Ma per capire un concetto di filosofia, di concentrazione ce ne vuole e prima di arrivare in fondo alla frase, la mia testa era già altrove...
Quante alzatacce d'emergenza alle quattro del mattino, per arrivare all'interrogazione sapendo almeno qualche cosa!
Quante interrogazioni e verifiche scoperte all'ultimo secondo, quante volte alzavo gli occhi dal banco per scoprire che nel frattempo il prof era uscito e ne era entrato un altro e stavamo facendo un'altra materia...
“Cerca di non distrarti”, “Stai più attenta”, “Concentrati”.
Come se facessi apposta a distrarmi, come se potessi accorgermi del momento in cui stava succedendo.
Ve lo rivelo, gente e precisa e concentrata: non ce ne accorgiamo. Non facciamo apposta.
Succede.
Succede che ti dici “devo ascoltare assolutamente questa parte che è importante” e poi ti ripigli cinque minuti dopo e la parte te la sei persa completamente.
Succede che stai andando verso il telefono per una chiamata importantissima e poi, sei ore dopo, ti accorgi che, porca miseria, quella chiamata non ci sei mai arrivata a farla.
Succede che la gente si arrabbia perché ti aveva chiesto di fare una cosa e tu avevi risposto di sì... e allora perché non l'hai fatta? E mentre aspettano che tu risponda a quella domanda, nella tua testa te ne stai ponendo un'altra: quando mai ho risposto di sì?
Perché se fosse possibile, dovremmo andare in giro con un semaforo al collo: se è verde, parlami pure, sono presente; se è rosso, tempo sprecato, non ti sento neppure. Se è arancione, dammi uno scrollone, perché ti risponderò di sì, ok, va bene, ma con il pilota automatico inserito. Risponde il mio corpo, ma io non ci sono...e tu ci stai cascando. Anch'io ci sto cascando, perché non farò quello che mi hai chiesto e tu ti arrabbierai.
Così li capisco i ragazzini con cui lavoro, quelli con il disturbo dell'attenzione... li capisco davvero.
Quando parlo, lo vedo subito quello sguardo vuoto... “Ci sei?”, “Sì...” e me ne accorgo che in realtà non ci sono, così mi fermo e aspetto. Aspetto finché non “tornano davvero” e sono pronti ad ascoltarmi.
Perchè è inutile dire “Stai più attento”... come si fa a stare più attenti?
“Devi essere più ordinato!”... ma che cos'è l'ordine. Come faccio a essere più ordinata?
Se tu mi dicessi all'improvviso che devo essere più alta di statura, mi farebbe lo stesso effetto.
Se l'ordine non ce l'ho dentro, se l'attenzione non mi appartiene, rendimi consapevole che questo accade e poi insegnami delle strategie.
Quante volte faccio a un ragazzino una domanda sulla lezione e lui mi risponde “Non lo so”. E io devo fargli presente “Non è che non lo sai, non hai ascoltato la domanda.”
Riflessione, momento di consapevolezza... “Ah, è vero!”
Consapevolezza, primo passo. E poi, strategie.
Come all'università, quando all'improvviso avevo capito che dandomi i tempi stretti rendevo di più, che se ripetevo la lezione andando a correre entravo in uno stato di concentrazione perfetta, che seguire le lezioni era inutile, per cui stavo direttamente a casa a studiare.
Strategie... come ora, che vivo di promemoria sul telefono e me ne serve uno per ogni cavolata, che se devo uscire portando con me qualcosa, la appoggio direttamente alla porta di ingresso, se no la lascerò a casa. Che accendo il TG ma leggo i titoli sovraimpressi, perché la mia attenzione non arriva in fondo a una notizia e se ho bisogno di un momento di riflessione su un determinato argomento, me lo prendo camminando, perché con me funziona così.
Consapevolezza e strategie, le uniche cose che possono aiutare i ragazzini disattenti. E tanta pazienza e comprensione.