Ieri sera, a tavola, mi è venuta sete.
Ho preso la bottiglia e ho versato l'acqua... nella zuppiera dei
cetrioli, invece che nel mio bicchiere.
“Ma dove hai la testa?”
Già,dove ce l'ho?
Ovunque e in nessun luogo o forse nel
posto in cui si è collocata quando sono nata e da lì non si è mai
più schiodata...
La disattenzione, certo, fa parte di
tutti noi, ma che la mia fosse un po' fuori dalle regole non mi era
mai balenato in mente, prima di venire a conoscenza, per percorso di
studi e lavoro, del disturbo da deficit attentivo.
Alle elementari avevo una brava
maestra, che raccontava la lezione come fosse una fiaba e a me, che
di memoria ne avevo parecchia, era sufficiente ascoltarla incantata e
ripeterla per filo e per segno quando venivo interrogata.
Per gli argomenti mnemonici (verbi,
tabelline, poesie...), me la risolvevo ripetendoli mentre giocavo a
tennis contro il muro o saltavo su e giù per un divano. Grazie al
cielo, ero sufficientemente autonoma da occuparmi da sola delle
incombenze scolastiche: mio padre mi controllava i compiti la sera e
mi provava le poesie, ma durante il giorno non c'era nessuno che
verificava in che modo svolgessi i doveri scolastici. Potevo
tranquillamente ripetere i verbi facendo le verticali contro a un
muro, tenendomi impegnata affinché la noia della lezione non
prendesse il sopravvento, e fare gare di velocità con me stessa nel
ricopiare frasi di grammatica o nello svolgere operazioni, per
rendere un po' più interessante l'attività.
Dico “grazie al cielo”, perché non
so cosa sarebbe accaduto se qualcuno mi avesse costretta a restare
seduta composta a studiare, con la malsana idea che mi sarei
concentrata di più.
Perché quella strana idea di stare
concentrati, isolandosi da tutte le attività e i rumori rimanendo
fermi al tavolo, io non l'ho mai compresa.
E mi è stato ben palese finite le
elementari, quando l'effetto “maestra che racconta la fiaba” è
terminato e le le lezioni sono diventate un monotono mormorio
dell'aula. Come focalizzarsi su quello?
Ascolti qualche parola e,
all'improvviso, queste ti richiamano a un pensiero che si aggancia a
un altro e un altro ancora... e quando torni all'improvviso alla
realtà, la lezione è finita e non ti sei neppure accorta di quando
la prof ha dettato i compiti per il giorno dopo.
Ricordo i miei lunghi pomeriggi in
casa, durante il liceo, a cercare di arrivare a capo dei capitoli di
filosofia. Seduta per terra sotto allo stendino dei panni, con la
schiena contro il muro e l'evidenziatore in mano a leggere e
rileggere la stessa incomprensibile riga. I rumori dei motorini in
strada mi facevano correre alla finestra, guardavo in strada e a
pensiero si agganciava pensiero e, quando rientravo in me un quarto
d'ora dopo, ero ancora a quella stessa riga.
E dai, stavolta devo andare avanti!
Ma per capire un concetto di filosofia,
di concentrazione ce ne vuole e prima di arrivare in fondo alla
frase, la mia testa era già altrove...
Quante alzatacce d'emergenza alle
quattro del mattino, per arrivare all'interrogazione sapendo almeno
qualche cosa!
Quante interrogazioni e verifiche
scoperte all'ultimo secondo, quante volte alzavo gli occhi dal banco
per scoprire che nel frattempo il prof era uscito e ne era entrato un
altro e stavamo facendo un'altra materia...
“Cerca di non distrarti”, “Stai
più attenta”, “Concentrati”.
Come se facessi apposta a distrarmi,
come se potessi accorgermi del momento in cui stava succedendo.
Ve lo rivelo, gente e precisa e
concentrata: non ce ne accorgiamo. Non facciamo apposta.
Succede.
Succede che ti dici “devo ascoltare
assolutamente questa parte che è importante” e poi ti ripigli
cinque minuti dopo e la parte te la sei persa completamente.
Succede che stai andando verso il
telefono per una chiamata importantissima e poi, sei ore dopo, ti
accorgi che, porca miseria, quella chiamata non ci sei mai arrivata a
farla.
Succede che la gente si arrabbia perché
ti aveva chiesto di fare una cosa e tu avevi risposto di sì... e
allora perché non l'hai fatta? E mentre aspettano che tu risponda a
quella domanda, nella tua testa te ne stai ponendo un'altra: quando
mai ho risposto di sì?
Perché se fosse possibile, dovremmo
andare in giro con un semaforo al collo: se è verde, parlami pure,
sono presente; se è rosso, tempo sprecato, non ti sento neppure. Se
è arancione, dammi uno scrollone, perché ti risponderò di sì, ok,
va bene, ma con il pilota automatico inserito. Risponde il mio corpo,
ma io non ci sono...e tu ci stai cascando. Anch'io ci sto cascando,
perché non farò quello che mi hai chiesto e tu ti arrabbierai.
Così li capisco i ragazzini con cui
lavoro, quelli con il disturbo dell'attenzione... li capisco davvero.
Quando parlo, lo vedo subito quello
sguardo vuoto... “Ci sei?”, “Sì...” e me ne accorgo che in
realtà non ci sono, così mi fermo e aspetto. Aspetto finché non
“tornano davvero” e sono pronti ad ascoltarmi.
Perchè è inutile dire “Stai più
attento”... come si fa a stare più attenti?
“Devi essere più ordinato!”... ma
che cos'è l'ordine. Come faccio a essere più ordinata?
Se tu mi dicessi all'improvviso che
devo essere più alta di statura, mi farebbe lo stesso effetto.
Se l'ordine non ce l'ho dentro, se
l'attenzione non mi appartiene, rendimi consapevole che questo accade
e poi insegnami delle strategie.
Quante volte faccio a un ragazzino una
domanda sulla lezione e lui mi risponde “Non lo so”. E io devo
fargli presente “Non è che non lo sai, non hai ascoltato la
domanda.”
Riflessione, momento di
consapevolezza... “Ah, è vero!”
Consapevolezza, primo passo. E poi,
strategie.
Come all'università, quando
all'improvviso avevo capito che dandomi i tempi stretti rendevo di
più, che se ripetevo la lezione andando a correre entravo in uno
stato di concentrazione perfetta, che seguire le lezioni era inutile,
per cui stavo direttamente a casa a studiare.
Strategie... come ora, che vivo di
promemoria sul telefono e me ne serve uno per ogni cavolata, che se
devo uscire portando con me qualcosa, la appoggio direttamente alla
porta di ingresso, se no la lascerò a casa. Che accendo il TG ma
leggo i titoli sovraimpressi, perché la mia attenzione non arriva in
fondo a una notizia e se ho bisogno di un momento di riflessione su
un determinato argomento, me lo prendo camminando, perché con me
funziona così.
Consapevolezza e strategie, le uniche
cose che possono aiutare i ragazzini disattenti. E tanta pazienza e
comprensione.

Nessun commento:
Posta un commento