martedì 11 ottobre 2016

Nella testa del disattento









Ieri sera, a tavola, mi è venuta sete. Ho preso la bottiglia e ho versato l'acqua... nella zuppiera dei cetrioli, invece che nel mio bicchiere.
“Ma dove hai la testa?”
Già,dove ce l'ho?
Ovunque e in nessun luogo o forse nel posto in cui si è collocata quando sono nata e da lì non si è mai più schiodata...
La disattenzione, certo, fa parte di tutti noi, ma che la mia fosse un po' fuori dalle regole non mi era mai balenato in mente, prima di venire a conoscenza, per percorso di studi e lavoro, del disturbo da deficit attentivo.
Alle elementari avevo una brava maestra, che raccontava la lezione come fosse una fiaba e a me, che di memoria ne avevo parecchia, era sufficiente ascoltarla incantata e ripeterla per filo e per segno quando venivo interrogata.
Per gli argomenti mnemonici (verbi, tabelline, poesie...), me la risolvevo ripetendoli mentre giocavo a tennis contro il muro o saltavo su e giù per un divano. Grazie al cielo, ero sufficientemente autonoma da occuparmi da sola delle incombenze scolastiche: mio padre mi controllava i compiti la sera e mi provava le poesie, ma durante il giorno non c'era nessuno che verificava in che modo svolgessi i doveri scolastici. Potevo tranquillamente ripetere i verbi facendo le verticali contro a un muro, tenendomi impegnata affinché la noia della lezione non prendesse il sopravvento, e fare gare di velocità con me stessa nel ricopiare frasi di grammatica o nello svolgere operazioni, per rendere un po' più interessante l'attività.
Dico “grazie al cielo”, perché non so cosa sarebbe accaduto se qualcuno mi avesse costretta a restare seduta composta a studiare, con la malsana idea che mi sarei concentrata di più.
Perché quella strana idea di stare concentrati, isolandosi da tutte le attività e i rumori rimanendo fermi al tavolo, io non l'ho mai compresa.
E mi è stato ben palese finite le elementari, quando l'effetto “maestra che racconta la fiaba” è terminato e le le lezioni sono diventate un monotono mormorio dell'aula. Come focalizzarsi su quello?
Ascolti qualche parola e, all'improvviso, queste ti richiamano a un pensiero che si aggancia a un altro e un altro ancora... e quando torni all'improvviso alla realtà, la lezione è finita e non ti sei neppure accorta di quando la prof ha dettato i compiti per il giorno dopo.
Ricordo i miei lunghi pomeriggi in casa, durante il liceo, a cercare di arrivare a capo dei capitoli di filosofia. Seduta per terra sotto allo stendino dei panni, con la schiena contro il muro e l'evidenziatore in mano a leggere e rileggere la stessa incomprensibile riga. I rumori dei motorini in strada mi facevano correre alla finestra, guardavo in strada e a pensiero si agganciava pensiero e, quando rientravo in me un quarto d'ora dopo, ero ancora a quella stessa riga.
E dai, stavolta devo andare avanti!
Ma per capire un concetto di filosofia, di concentrazione ce ne vuole e prima di arrivare in fondo alla frase, la mia testa era già altrove...
Quante alzatacce d'emergenza alle quattro del mattino, per arrivare all'interrogazione sapendo almeno qualche cosa!
Quante interrogazioni e verifiche scoperte all'ultimo secondo, quante volte alzavo gli occhi dal banco per scoprire che nel frattempo il prof era uscito e ne era entrato un altro e stavamo facendo un'altra materia...
“Cerca di non distrarti”, “Stai più attenta”, “Concentrati”.
Come se facessi apposta a distrarmi, come se potessi accorgermi del momento in cui stava succedendo.
Ve lo rivelo, gente e precisa e concentrata: non ce ne accorgiamo. Non facciamo apposta.
Succede.
Succede che ti dici “devo ascoltare assolutamente questa parte che è importante” e poi ti ripigli cinque minuti dopo e la parte te la sei persa completamente.
Succede che stai andando verso il telefono per una chiamata importantissima e poi, sei ore dopo, ti accorgi che, porca miseria, quella chiamata non ci sei mai arrivata a farla.
Succede che la gente si arrabbia perché ti aveva chiesto di fare una cosa e tu avevi risposto di sì... e allora perché non l'hai fatta? E mentre aspettano che tu risponda a quella domanda, nella tua testa te ne stai ponendo un'altra: quando mai ho risposto di sì?
Perché se fosse possibile, dovremmo andare in giro con un semaforo al collo: se è verde, parlami pure, sono presente; se è rosso, tempo sprecato, non ti sento neppure. Se è arancione, dammi uno scrollone, perché ti risponderò di sì, ok, va bene, ma con il pilota automatico inserito. Risponde il mio corpo, ma io non ci sono...e tu ci stai cascando. Anch'io ci sto cascando, perché non farò quello che mi hai chiesto e tu ti arrabbierai.
Così li capisco i ragazzini con cui lavoro, quelli con il disturbo dell'attenzione... li capisco davvero.
Quando parlo, lo vedo subito quello sguardo vuoto... “Ci sei?”, “Sì...” e me ne accorgo che in realtà non ci sono, così mi fermo e aspetto. Aspetto finché non “tornano davvero” e sono pronti ad ascoltarmi.
Perchè è inutile dire “Stai più attento”... come si fa a stare più attenti?
“Devi essere più ordinato!”... ma che cos'è l'ordine. Come faccio a essere più ordinata?
Se tu mi dicessi all'improvviso che devo essere più alta di statura, mi farebbe lo stesso effetto.
Se l'ordine non ce l'ho dentro, se l'attenzione non mi appartiene, rendimi consapevole che questo accade e poi insegnami delle strategie.
Quante volte faccio a un ragazzino una domanda sulla lezione e lui mi risponde “Non lo so”. E io devo fargli presente “Non è che non lo sai, non hai ascoltato la domanda.”
Riflessione, momento di consapevolezza... “Ah, è vero!”
Consapevolezza, primo passo. E poi, strategie.
Come all'università, quando all'improvviso avevo capito che dandomi i tempi stretti rendevo di più, che se ripetevo la lezione andando a correre entravo in uno stato di concentrazione perfetta, che seguire le lezioni era inutile, per cui stavo direttamente a casa a studiare.
Strategie... come ora, che vivo di promemoria sul telefono e me ne serve uno per ogni cavolata, che se devo uscire portando con me qualcosa, la appoggio direttamente alla porta di ingresso, se no la lascerò a casa. Che accendo il TG ma leggo i titoli sovraimpressi, perché la mia attenzione non arriva in fondo a una notizia e se ho bisogno di un momento di riflessione su un determinato argomento, me lo prendo camminando, perché con me funziona così.
Consapevolezza e strategie, le uniche cose che possono aiutare i ragazzini disattenti. E tanta pazienza e comprensione.


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