L'altro giorno, mi è capitato sotto
gli occhi un articolo di Alberto Pellai, medico e psicoterapeuta
dell'età evolutiva che stimo moltissimo. Ho avuto modo di ascoltarlo
dal vivo e l'impressione che ne ho avuto è stata di una persona
estremamente competente, lucida e profondamente umana.
Nel suo articolo, tocca la questione
dell'utilizzo delle cosiddette “maniere forti” nell'educazione
dei bambini e mi ha favorevolmente colpita scoprire che le sue parole
ricalcano quelli che sono già da tempo i miei pensieri.
Pellai sottolinea come, uno schiaffo
dato a un bambino, molto spesso generi silenzio e paura, impedendo
l'apertura di un dialogo.
Questo però, ho avuto di appurare,
accade di frequente anche con ragazzi che sono andati ben oltre l'età
dell'infanzia e che sono ormai in piena regola adolescenti.
Il quattordicenne non è il bambino di
quattro anni, che passa il segno senza accorgersene e uno scapaccione
lo riporta alla realtà, seppur in modo brutale. Il quattordicenne ha
una testa attiva, anche se forse “accodata” al modo di pensare
del suo gruppo di amici; ha delle idee, anche se sono sempre,
necessariamente, opposte a quelle dei genitori; ha un senso della
propria dignità che inizia ad assomigliare a quello dell'adulto.
Tutto questo, spesso, accade
d'improvviso e a una velocità impensata e l'adulto non sempre riesce
a stare al passo, finendo per utilizzare con l'adolescente gli stessi
metodi che adottava con il bambino. Scoprendo, con sgomento, che gli
ordini secchi, gli imperativi, le minacce di punizioni, invece di
suscitare timore e rispetto dell'autorità, generano sfida,
ribellione, risposte maleducate. Da lì, passare allo schiaffo è un
salto breve e veloce.
Ognuno di noi ha la propria storia, che
è tale in virtù delle esperienze vissute, dell'educazione ricevuta,
delle relazioni instaurate, dei propri dolori, degli obiettivi, di
fallimenti, sogni e delusioni.
Esistono milioni di motivi
comprensibili per il quale un genitore stanco, disperato, arrabbiato,
possa venire alle mani col proprio figlio adolescente.
Abbiamo tutti troppa paura di perdere
l'autorità, come se una mala parola potesse far venir meno la nostra
dignità personale. Come se un ragazzino di quattordici, quindici
anni, avesse il potere di svelare la nostra pochezza.
Eppure, è quando alziamo le mani che
abbiamo perso. Praticamente sempre. (A meno che nostro figlio non
stia avendo una crisi isterica in mezzo all'autostrada, dove uno
schiaffo salvavita potrebbe essere la soluzione del momento...).
Uno schiaffo provoca un immediato
blocco della comunicazione. Provoca chiusura e uno sconsolante
sentimento di solitudine e incomprensione.
Sperare che nostro figlio adolescente
apra un dialogo con noi, dopo essere stato schiaffeggiato, è pura
utopia.
Correrà a chiudersi in camera, si
infilerà le cuffiette nelle orecchie e annegherà la sua tristezza
nell'hip hop più arrabbiato, postando sui social frasi
vittimistiche, alla ricerca di quei like che lo faranno sentire un
essere un po' più desiderato.
Ma se riusciamo a respirare a fondo e,
per un istante, a sotterrare l'ascia del comando, forse quel dialogo
con nostro figlio riusciremo ad averlo.
Se invece di scagliare uno schiaffo che
ripristini la giusta gerarchia, proviamo ad usarla, la nostra
maturità, per ignorare l'offesa e offrire un po' di ascolto e
comprensione, per entrare con umiltà nel punto di vista di un
ragazzino; allora potremmo scoprire che dentro nostro figlio si
nasconde un mondo che fino ad ora ci era sconosciuto.
Un mondo fatto di domande, di
fragilità, di insicurezze e paure dove, sotto sotto, questi ragazzi
non desiderano altro che appoggiarsi a chi li ama. E, a quel punto,
ce la potremo giocare la nostra “adultità”, potremo portare i
nostri valori in un terreno più predisposto all'ascolto. Scoprendo
di non aver perso né il rispetto né l'autorevolezza, ma anzi,
avendone guadagnati di aggiuntivi. Non è semplice e costa un buon lavoro
su se stessi. Ma sono certa che valga la pena provare.

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