mercoledì 17 agosto 2016

Quello schiaffo a mio figlio che mi è scappato...



L'altro giorno, mi è capitato sotto gli occhi un articolo di Alberto Pellai, medico e psicoterapeuta dell'età evolutiva che stimo moltissimo. Ho avuto modo di ascoltarlo dal vivo e l'impressione che ne ho avuto è stata di una persona estremamente competente, lucida e profondamente umana.
Nel suo articolo, tocca la questione dell'utilizzo delle cosiddette “maniere forti” nell'educazione dei bambini e mi ha favorevolmente colpita scoprire che le sue parole ricalcano quelli che sono già da tempo i miei pensieri.
Pellai sottolinea come, uno schiaffo dato a un bambino, molto spesso generi silenzio e paura, impedendo l'apertura di un dialogo.
Questo però, ho avuto di appurare, accade di frequente anche con ragazzi che sono andati ben oltre l'età dell'infanzia e che sono ormai in piena regola adolescenti.
Il quattordicenne non è il bambino di quattro anni, che passa il segno senza accorgersene e uno scapaccione lo riporta alla realtà, seppur in modo brutale. Il quattordicenne ha una testa attiva, anche se forse “accodata” al modo di pensare del suo gruppo di amici; ha delle idee, anche se sono sempre, necessariamente, opposte a quelle dei genitori; ha un senso della propria dignità che inizia ad assomigliare a quello dell'adulto.
Tutto questo, spesso, accade d'improvviso e a una velocità impensata e l'adulto non sempre riesce a stare al passo, finendo per utilizzare con l'adolescente gli stessi metodi che adottava con il bambino. Scoprendo, con sgomento, che gli ordini secchi, gli imperativi, le minacce di punizioni, invece di suscitare timore e rispetto dell'autorità, generano sfida, ribellione, risposte maleducate. Da lì, passare allo schiaffo è un salto breve e veloce.
Ognuno di noi ha la propria storia, che è tale in virtù delle esperienze vissute, dell'educazione ricevuta, delle relazioni instaurate, dei propri dolori, degli obiettivi, di fallimenti, sogni e delusioni.
Esistono milioni di motivi comprensibili per il quale un genitore stanco, disperato, arrabbiato, possa venire alle mani col proprio figlio adolescente.
Abbiamo tutti troppa paura di perdere l'autorità, come se una mala parola potesse far venir meno la nostra dignità personale. Come se un ragazzino di quattordici, quindici anni, avesse il potere di svelare la nostra pochezza.
Eppure, è quando alziamo le mani che abbiamo perso. Praticamente sempre. (A meno che nostro figlio non stia avendo una crisi isterica in mezzo all'autostrada, dove uno schiaffo salvavita potrebbe essere la soluzione del momento...).
Uno schiaffo provoca un immediato blocco della comunicazione. Provoca chiusura e uno sconsolante sentimento di solitudine e incomprensione.
Sperare che nostro figlio adolescente apra un dialogo con noi, dopo essere stato schiaffeggiato, è pura utopia.
Correrà a chiudersi in camera, si infilerà le cuffiette nelle orecchie e annegherà la sua tristezza nell'hip hop più arrabbiato, postando sui social frasi vittimistiche, alla ricerca di quei like che lo faranno sentire un essere un po' più desiderato.
Ma se riusciamo a respirare a fondo e, per un istante, a sotterrare l'ascia del comando, forse quel dialogo con nostro figlio riusciremo ad averlo.
Se invece di scagliare uno schiaffo che ripristini la giusta gerarchia, proviamo ad usarla, la nostra maturità, per ignorare l'offesa e offrire un po' di ascolto e comprensione, per entrare con umiltà nel punto di vista di un ragazzino; allora potremmo scoprire che dentro nostro figlio si nasconde un mondo che fino ad ora ci era sconosciuto.
Un mondo fatto di domande, di fragilità, di insicurezze e paure dove, sotto sotto, questi ragazzi non desiderano altro che appoggiarsi a chi li ama. E, a quel punto, ce la potremo giocare la nostra “adultità”, potremo portare i nostri valori in un terreno più predisposto all'ascolto. Scoprendo di non aver perso né il rispetto né l'autorevolezza, ma anzi, avendone guadagnati di aggiuntivi. Non è semplice e costa un buon lavoro su se stessi. Ma sono certa che valga la pena provare.

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